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Il Sannio che fallisce. Benevento tra le capitali italiane del dissesto. Sant’Agata più di 3000 euro di d

20/05/2026 11:29

Teresa Ferragamo

Attualità, Articoli, benevento, dissesto-finanziario, comuni,

Il Sannio che fallisce. Benevento tra le capitali italiane del dissesto. Sant’Agata più di 3000 euro di debito per abitante

Il vero scandalo non è solo il Comune che fallisce. È l’idea prima i voti, poi i debiti. Prima gli applausi, poi i commissari. Prima le promesse, poi il conto.

di Teresa Ferragamo


All’incirca 16 Comuni in crisi finanziaria nella sola provincia di Benevento. Il capoluogo figura tra i quattro “casi limite” per recidività in tutta la Campania, secondo la Corte dei conti. Dietro i numeri, un modello politico che compra consenso con soldi che non ci sono.

 

C’è un modo molto italiano di comprare consenso senza chiamarlo mai per nome. 

Si promettono servizi gratis, si abbassano o non si riscuotono le tasse, si distribuiscono contributi, si rinviano i debiti, si coprono i buchi con altri buchi. Poi arriva la realtà: dissesto, predissesto, piano di riequilibrio, commissari liquidatori, tributi al massimo, servizi tagliati, beni pubblici da vendere. E il conto, naturalmente, non lo paga chi ha governato cercando applausi. Lo pagano i cittadini.
Il meccanismo ha un nome da manuale. L’inchiesta di Milena Gabanelli e Andrea Priante ne racconta il caso simbolo con Bioglio, piccolo comune piemontese: asilo gratis, bollette non pagate dagli affittuari delle case comunali, imposte locali non riscosse, contributi ad associazioni e gite. Poi il buco, cresciuto da 1 milione a 1,9 milioni fino al dissesto e alla nomina del commissario liquidatore. Il finale è sempre lo stesso: tasse al massimo, servizi ridotti, stop ai contributi, beni pubblici sotto pressione.
Ma Bioglio è solo la copertina di un fenomeno nazionale che nel Sannio ha radici profonde e numeri imbarazzanti. 

Secondo il report monotematico della Corte dei conti sono 16 i Comuni della provincia di Benevento alle prese con una procedura di dissesto o riequilibrio ancora aperta. Non è una fotografia di crisi emergenziale. È la normalità.
Al centro di questa mappa c’è il capoluogo. Benevento figura tra i 4 Comuni campani che la Corte dei conti, nella Relazione al Parlamento sulle crisi finanziarie dei Comuni definisce “casi limite” per recidività: 4 procedure di crisi ciascuno, con casi ancora aperti da oltre trent’anni, l’ultimo risale al 2017 dopo i 10 anni dell'Amministrazione Pepe.  

È il 31 dicembre 2016. Il sindaco Clemente Mastella, appena eletto, annuncia ai cittadini di Benevento quello che li aspetta: “Il dissesto al Comune di Benevento me lo sono trovato - scrive su Facebook -. I 110 milioni di euro di debiti sono frutto della cattiva gestione del passato. Ora, però, avvieremo, con qualche sacrificio, l’opera di risanamento. Ma ce la faremo. Conto sulla collaborazione di tutti i cittadini”. Parole che, alla luce dei fatti , suonano oggi come un copione già scritto: la quarta procedura di crisi del capoluogo sannita è ancora aperta.


Gli altri tre comuni campani che hanno la stessa esperienza di Benevento sono Castel Campagnano, Marano di Napoli e Paolisi. Nessun altro Comune in Campania ha raggiunto questa soglia.
Intorno al capoluogo, la mappa si allarga. Sant’Agata de’ Goti porta un debito di 3.134 euro per ogni abitante, secondo valore più alto di tutta la Campania, superato solo dai 5.749 euro pro capite di Castel Morrone nel Casertano. 

 

Molinara ha accertato il proprio dissesto nel 2024, dopo anni in cui la situazione era rimasta sospesa in un limbo burocratico. Forchia, nel 2025, ha avviato il piano di riequilibrio pluriennale dopo la dichiarazione di predissesto. In procedura di riequilibrio ci sono anche Casalduni, Ceppaloni, Limatola, Reino, San Bartolomeo in Galdo, San Marco dei Cavoti, Sant’Angelo a Cupolo.
Il quadro nazionale non è più confortante. 

Al 31 dicembre 2024 le procedure di crisi finanziaria attivate nei Comuni italiani dal 1989 sono 1.383, corrispondenti a 1.001 Comuni. Di questi, 487 procedimenti sono tuttora aperti — 227 dissesti e 260 riequilibri — e interessano comunità vicine agli 8 milioni di abitanti, con una massa debitoria complessiva che supera gli 8 miliardi di euro. La concentrazione territoriale è marcata: 880 procedure su 1.383 si trovano in Sicilia, Calabria e Campania.
Il dato più inquietante non è però lo stock. È il flusso: dal 2012 si registrano in media circa 60 nuovi casi all’anno. Non una crisi, quindi. Una produzione industriale di fallimenti.
E il dissesto non resta mai dentro i confini del municipio. Quando un Comune salta, non salta solo il bilancio locale,  salta un pezzo di responsabilità collettiva che finisce per ricadere sull’intero sistema. La Corte dei conti segnala come in molti enti locali campani il ricorso al riconoscimento dei debiti fuori bilancio sia diventato una pratica ordinaria di gestione, quando dovrebbe essere uno strumento di eccezione: un modo per rinviare la resa dei conti, letteralmente, all’amministrazione successiva.
La questione politica è tutta qui. Amministrare non significa fare bella figura per 5 o 10  anni e lasciare macerie per i dieci successivi. Un sindaco non è il proprietario temporaneo del Comune: è il custode di una comunità. Quando usa il bilancio come strumento elettorale, quando rinvia la riscossione per non disturbare nessuno, quando promette ciò che non può mantenere, non sta facendo politica sociale. Sta costruendo debito morale prima ancora che finanziario.
Perché il dissesto non è una parola tecnica. È l’asilo che chiude. È la Tari che sale. È l’Imu spinta al massimo. È il servizio che sparisce. È il creditore che aspetta. È l’impresa che non incassa. È il cittadino corretto che paga anche per chi non ha pagato.
Il vero scandalo non è solo il Comune che fallisce. È l’idea, ancora troppo tollerata, che il consenso personale di un amministratore possa valere più della stabilità finanziaria di una comunità. Prima i voti, poi i debiti. Prima gli applausi, poi i commissari. Prima le promesse, poi il conto.
E quel conto, puntualmente, arriva sempre. Solo che quasi mai arriva al tavolo di chi lo ha apparecchiato.